Albania 2012

Albania 2012 – Dentro un pullman rosso

2 Agosto 2012: dalle tendine gialle dei finestrini di un pullman rosso, anno 1988, si affacciano i volti di una trentina di giovani fiorentini che insieme a 5 sacerdoti, due seminaristi e Sr. Giovanna Giordano sono arrivati in Albania per un viaggio di conoscenza e di incontro che quasi ripercorre in senso contrario il tragitto di molti coetanei che lasciano quel paese alla volta dell’Italia. Dai vetri del pullman riscaldati dal sole, sventolandosi per il gran caldo, gettano i primi sguardi su questa terra conosciuta finora solo attraverso i racconti di amici immigrati o dalle notizie della tv e dei giornali: curiosità di una scoperta, sete di incontri e desiderio di fraternità. «Sono partito con l’idea di vivere l’esperienza come una spugna … per accogliere e capire questa terra senza pregiudizi», dice Filippo.

Il Centro Diocesano di Pastorale Giovanile e la Caritas Firenze hanno deciso infatti di proporre ai giovani un’esperienza estiva particolare. «Mi faceva piacere che i giovani potessero toccare con mano e conoscere la realtà da cui provengono molti loro coetanei che qui in mezzo a noi studiano con impegno, lavorano con passione. Andiamo in Albania per conoscere, per imparare, per dare e per ricevere», spiega don Alessandro Lombardi. «Il nostro è sì un viaggio di conoscenza», ha detto don Fabio Marella, vicedirettore della Caritas, all’arrivo, «ma è anche un pellegrinaggio. Dobbiamo farlo con questo spirito, vivendolo anche nella preghiera, accompagnati dalla beata Madre Teresa di Calcutta». Una compagnia particolare infatti per i giovani in viaggio in Albania, quella della Beata originaria di quella terra e sulle cui orme di fede e di carità sono stati invitati a mettere i loro passi, grazie anche all’incontro con le sue suore Missionarie.

L’arrivo a Scutari nel pomeriggio vede la calda accoglienza di Fabrizio Nocchi che accompagna i giovani ad alloggiare in una struttura dell’Opera Madonnina del Grappa, presente in Albania dal 1992 grazie all’intuizione e all’infaticabile generosità di don Carlo Zaccaro. Oggi l’Opera può vantare non soltanto l’efficace attività che viene incontro a numerose esigenze sanitarie e sociali, ma anche la vivace collaborazione di alcuni giovani locali, che hanno conosciuto don Carlo e hanno fondato un’associazione di volontariato dal significativo nome I Care. Fabrizio è originario di Firenze, ma ormai vive in Albania da 8 anni, lavorando per l’Opera. Per noi si fa in quattro e l’accoglienza è davvero familiare e generosa. Già la prima sera ci offre l’occasione bella di poter assistere, nel giorno del Perdono di Assisi, al Musical “Forza Venite Gente” in lingua albanese, al teatro di Scutari, con la presenza del Vescovo e del cantautore Paulicelli. Un primo approccio con una lingua non conosciuta, ma che al ritmo della musica diventa presto familiare e fa risuonare poi per tutto il viaggio tra i ragazzi le parole “Do shkojmë, do shkojmë…” (“Andiamo, andiamo…”), che cantano durante il cammino.

Il programma in Albania si prospetta ricco ed intenso. Prevede subito una giornata a Tirana e l’incontro con la realtà di Caritas Albania. Basta poco per far cogliere presto ai giovani i tratti di un paese segnato dalla guerra e dal regime comunista, che dal 1946 al 1992 ha prostrato con la dittatura la popolazione, «impedendogli ogni forma di progresso civile e religioso», evidenziano Martina, Sara e Martina della Parrocchia di Certaldo. «L’Albania appare come un paese bisognoso di ricominciare, di guardare al domani, ma allo stesso tempo privo di mezzi e di forze sufficienti». «Un paese che ha voglia di riscatto …» evidenzia Andrea di Santa Maria Ausiliatrice a Novoli. La responsabile dei servizi sociali della Caritas presenta al gruppo la situazione sociale e sanitaria dell’Albania e le attività di aiuto alle donne, ai bambini Rom, agli anziani e alle persone in difficoltà. «Dobbiamo vedere un’Albania non solo di problemi …», sottolinea Don Gjergj, giunto alla Caritas per incontrarci e portarci a conoscere la sua parrocchia di Kamëz. «Ci sono tanti segni di un paese che vuole andare avanti, crescere. Il regime ha forzato un sistema ateista, ha perseguitato i cattolici, ma non ha eliminato la fede. Qui ci sono segni di povertà, ma anche di resurrezione e noi lo possiamo testimoniare!», dice con forza. Solo un seminarista nella diocesi di Tirana, ma molti catecumeni adulti e una comunità che cresce.

La mattina del 4 agosto la sveglia suona presto: è attesa una giornata intensa e un po’ avventurosa. Il pullman parte per Pukë, un paese nelle montagne dell’Albania del nord. Lì operano don Giovanni Fiocchi, sacerdote fidei donum, e le suore Missionarie della Carità. Tra loro anche suor Tecla, fiorentina, originaria della parrocchia dell’Antella, in Albania da 20 anni. Con due jeep ed un pullmino, il gruppo si divide e si reca verso villaggi delle montagne, dove vivono alcune famiglie cristiane. Dopo più di un’ora di viaggio su strada sterrata, attraversando corsi d’acqua e percorsi sassosi, due gruppi raggiungono il fiume Drini e lo percorrono su due barche. La meta: raggiungere due villaggi sulle montagne. Le Missionarie della Carità d’estate si dedicano alla catechesi per le famiglie più lontane dal paese di Pukë, irraggiungibili durante l’inverno. Le accompagniamo per un giorno in questa missione. Un’accoglienza gioiosa ci attende e il nostro stupore è grande dinanzi alla realtà di vita di villaggi così isolati. «L’amore incondizionato verso gli ultimi di queste suore è disarmante!», dice Maria Diletta di San Leone Magno. «E’ un esempio che invita anche noi a farci ultimi tra gli ultimi». I bambini del villaggio mettono in scena un brano del Vangelo, aiutati da suor Tecla, poi li coinvolgiamo in un canto e aiutiamo le suore nella catechesi. «Mi ha colpito molto il coraggio e la forza che hanno queste donne», dice Laura di Castelfiorentino, riferendosi alle Missionarie. «E’ stato bello vedere come riescono ad insegnare il catechismo con mezzi molto semplici».

«La Chiesa in Albania è molto appoggiata ai missionari, quasi tutte le parrocchie hanno una comunità di suore», spiega Sr. Giovanna. La Chiesa qui è giovane, la comunità deve rinascere, crescere e questo è possibile grazie anche agli anziani che non hanno abbandonato la fede nell’epoca del regime e hanno mantenuto una tradizione cristiana. Ora c’è da aiutare a crescere nella riscoperta e nella conoscenza di una religione lungamente perseguitata.

Albania, terra di martiri, più di 40 quelli riconosciuti dalla Chiesa, ma molti altri «martíri bianchi nascosti nelle vite quotidiane di tante famiglie albanesi», sottolinea Renato, seminarista, «come in quella di Gjyste», vissuta per 45 anni in un campo di internamento durante il regime. E’ don Simone, parroco della Cattedrale di Laç Vau-Dejës, uno dei primi sacerdoti ordinati dopo la caduta del regime, che ci ricorda il sacrificio di tanti preti e religiosi. «Sono stato segnato dal loro esempio e mi sono sentito chiamato a seguire la loro via nel sacerdozio».

Tra le diverse famiglie religiose missionarie in Albania, ci sono le suore Serve di Maria Riparatrici, alle quali Sr. Giovanna appartiene. Hanno una casa sia a Ishull-Lezhë che a Valona e si occupano della pastorale e della prima evangelizzazione. Sr Giovanna è stata in Albania per 6 anni, conosce bene la lingua e la realtà di questa terra. «La mia ricchezza l’ho messa a disposizione per poter realizzare questo viaggio e far vedere ai giovani il volto dell’Albania, un volto fatto di tanti volti …», commenta. La sua esperienza e il suo impegno sono preziosi, così come quelli delle Serve di Maria lì presenti che ci accolgono a Ishull-Lezhë e ci ospitano a Valona. «La donazione di sé per gli altri delle suore colpisce molto», afferma Samuele, giovane seminarista. «E’ l’amore per i fratelli che spinge a questo dono di sé».

Bello e importante anche l’incontro con i giovani della comunità cristiana di Ishull-Lezhë. La condivisione della Messa domenicale e della cena hanno contribuito a creare subito un bel rapporto tra loro ed i nostri ragazzi. «E’ stato impressionante il fatto che pur conoscendoci da poco tempo, subito si sia stabilito un legame. Forse è proprio il fatto della fede che ci unisce. Loro stanno riscoprendola, noi a casa talvolta fatichiamo a trovare coetanei che la condividano con noi. Con i giovani di qua abbiamo trovato nella condivisione della fede un… aggancio forte!», spiega Teresa di Dicomano. Anche Martina, sua amica, commenta. «Mi sono resa conto di quanto abbiamo sempre forte lo stereotipo del diverso. Tanti hanno pregiudizi sugli albanesi. Quando sono partita ero incuriosita. Amiche albanesi mi parevano come di una cultura un po’ a parte. Poi vengo qua e scopro che è un’altra cosa. Abbiamo potuto conoscere giovani di ogni situazione, andare nelle famiglie … Loro non si vergognano di credere. Noi talvolta sì. La fede invece è una marcia in più. Mi è piaciuto vedere come pregavano in modo semplice, avevano voglia di farlo. Ho visto negli occhi dei giovani di qua la voglia di fare, di arrivare ad un obiettivo, il tentativo di farci capire che anche loro partecipano al processo di crescita del loro paese. In Italia non vedo sempre questo desiderio. Mi hanno lasciato tanta voglia di impegnarmi di più, di fare le cose non solo per abitudine, di vivere la fede in modo più concreto. Ho visto fatti, anche io voglio fare lo stesso».

Da Scutari a Valona, dalle montagne al mare. Il 7 agosto un lungo viaggio in pullman dal nord al sud dell’Albania, allietato dalla musica che Niccolò, Paolo e Lorenzo con la loro chitarra e le loro voci sanno improvvisare con arte in ogni momento. E proprio lì, sulla costa dalla quale tanti gommoni e scafi sono partiti carichi di persone con il cuore colmo di speranza in un futuro migliore, la sera dell’8 agosto i giovani fiorentini hanno vissuto sulla spiaggia, di notte, una intensa veglia di preghiera, arricchita dalla testimonianza di Tahir, albanese emigrato via mare. «E’ stato un momento molto toccante», commenta Rodolfo, uno dei 10 giovani venuti dalla parrocchia di Peretola. «Abbiamo inquadrato in un’ottica di fede e di preghiera la situazione di questa gente», dice Paolo. Di solito se ne parla solo in senso sociale». «Mi ha colpito molto il parallelismo delle letture tra la storia di San Paolo, approdato qui in Illiria nel primo secolo, con quella di Viki, un bambino albanese dei nostri giorni», aggiunge Simone. «La testimonianza di Tahir colpisce. Ci ha fatto capire quanto è difficile e rischioso partire per trovare lavoro in Italia», continua Matteo dei Ss. Gervasio e Protasio. «In questa veglia sono stati belli i canti e la gestualità, in particolare il segno di entrare nel mare per lasciare i fiori».

Il viaggio ha unito occasioni di incontro, preghiera, missione, ad altri di conoscenza di luoghi caratteristici dell’Albania, come il castello di Rozafa a Scutari, Berat, città dalle mille finestre, il sito archeologico di Butrint e la costa adriatica del sud dell’Albania. Non è mancato neppure un bagno nel mare e lo sperimentare danze tradizionali albanesi.

Una parola che riassuma l’esperienza? «Accoglienza!», dice Alice. «Sia della gente di qua che del gruppo fiorentino. Siamo stati molto uniti». E tra le tante parole che risuonano tra i giovani nel momento di condivisione finale, risuona quella di «gratitudine», che aggiunge Sr. Giovanna, «per i segni di speranza che avanzano e per come abbiamo vissuto questa esperienza insieme». Dunque … Grazie! Faleminderit! E ce lo dicono anche i giovani albanesi, felici di averci visto raggiungere la loro terra per conoscerla. «Gratitudine e speranza che i giovani venuti in questo viaggio, per quanto hanno vissuto, abbandonino i luoghi comuni e riportino in Italia un volto vero dell’Albania», conclude don Fabio.

 Elena Verdiani

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