Senza categoria

Dopo domenica è lunedì

Introduzione
È ormai da qualche settimana che il convegno di Genova si è concluso. Le sensazioni sono buone: certo nulla è mai perfetto, ma – pur avendolo vissuto da lontano – ho l’impressione che sia davvero stato un momento di incontro importante. Sicuramente sul piano dello scambio; ma questa è la parte più facile, perché quando ci si trova fianco a fianco è inevitabile fare incontri e raccontarsi esperienze. Spero, anche, sul piano della costruzione di appoggi per poter ripartire. Quando ho fatto il giro delle consulte – l’ho ricordato più volte – avevo ricevuto la richiesta molto diffusa che il convegno fosse capace di offrire uno spessore su cui potersi appoggiare e da cui ripartire. Ho rifiutato (un po’ per carattere, un po’ per scelta) l’idea che il convegno dovesse essere un luogo “legislativo”, una specie di “sinodo”. Credo nella forza delle riflessioni e delle idee, ma credo anche sia vincente il rispetto delle storie e dei territori. Questo non significa rinunciare ad aprire strade e percorsi: vuol dire, però, aiutare i territori a fare le loro scelte e a crescere. Appoggiandosi a un terreno comune che la forza delle idee può offrire a tutti.
Per questo, credo, il lavoro del convegno non è per niente finito. Intanto perché le questioni che ha aperto sono davvero grosse. Ma poi anche perché l’operazione di verifica è ancora tutta da fare: e la vorrei fare insieme a tutti voi. Questa la ragione delle righe che vi sto per inviare. Tanto per chiarire ancora di più i pensieri che stavano prima del convegno (pensieri non miei, ma che erano il tentativo di sintesi di ciò che avevo ascoltato nelle consulte regionali e nazionali), riprendo una parte dell’articolo che presenta gli atti del Convegno in via di pubblicazione su Note di pastorale giovanile.
Dall’ascolto del territorio (in particolare delle commissioni regionali) sono usciti un paio di punti di riferimento che mi sembra interessante esplicitare e riproporre all’attenzione di tutti, perché rappresentano due snodi non indifferenti per chi vuole fare pastorale giovanile oggi. Due snodi che partono dal ricupero di un principio fondamentale, direi quasi uno dei “motori” del Concilio

Un motore di pensiero e azione: il principio di incarnazione
Gli sforzi educativi della tradizione cristiana (almeno quella che negli ultimi due secoli aveva espresso la riforma di Trento), avevano fatto molto affidamento sulle capacità dell’intelletto di recepire e mandare a memoria una serie di contenuti. Non a caso la formazione cristiana si chiamava dottrina. Si trattava soprattutto di un contenuto verbale: l’unico problema era mediarne la memorizzazione. Questa particolare idea del processo di educazione alla fede era legato alla concezione che si aveva dell’insieme della rivelazione cristiana. La rivelazione era pensata appunto come una somma di verità, di concetti, di contenuti, di cui occorreva avere (per lo più) informazione.
Con le grandi riflessioni teologiche, espresse nella riforma del Concilio, si riscopriva l’essenza della rivelazione cristiana in quanto avvenimento storico e la sua appropriazione nella fede come esperienza libera. Dio parla (come non sentire l’eco di Dei Verbum?), e lo fa con parole e gesti. Nasceva dunque da qui la spinta a rinnovare il metodo di una formazione alla vita cristiana che lavorasse sull’intero della persona e non semplicemente sull’aspetto dell’apprendimento di conoscenze. Il rinnovamento dei catechismi, con la loro inedita impostazione narrativa, andava in questa direzione.
Questo significa che tutta l’impostazione pastorale della Chiesa, era chiamata a rinnovarsi: accanto alla preoccupazione di insegnare, nasceva l’attenzione alla cura e all’accompagnamento (Mater et magistra, scriveva Giovanni XXIII). Se Dio parla con “gesti e parole”, i cristiani non possono che farsi compagni di viaggio dei loro contemporanei; dentro un tempo segnato fortemente dalla fine di un regime di christianitas, da non recepire come un dramma, perché rimane aperto un orizzonte pieno di sfide e possibilità anche per i cristiani.
Non è questa una lettura così serena e assodata. Prova ne è che negli ultimi anni abbiamo assistito a vere e proprie contrapposizioni su cosa fosse più urgente o da ricuperare: molte storpiature sono avvenute nel mondo della pastorale giovanile attorno a espressioni come “emergenza educativa” o “valori non negoziabili”. A farne le spese, soprattutto, la liturgia e l’impostazione pastorale che qualche volta ha portato a vere e proprie derive anche nei confronti dei giovani: “noi siamo qui, se vogliono possono venire”…
Non è stato solo il cambio di un pontificato (con tutto quello che si potrebbe dirne): un forte senso di smarrimento e di disagio di fronte alla fatica di incontrare il mondo giovanile e soprattutto di come poterlo provocare, era diffuso. Come se anni di esperienze anche entusiasmanti, non avessero lasciato nessuna eredità pastorale. Ricuperare il principio di incarnazione che il Concilio ci ha consegnato, è stata più la scoperta di un fiume carsico pronto a riemergere che una vera e propria intuizione.

Primo snodo: gli scenari nuovi
E’ indubitabile che siamo davanti a nuovi scenari di pastorale giovanile e che il loro delinearsi sia via via più legato a cambiamenti sempre più repentini.
Per esempio, le nostre parrocchie e i nostri oratori (qualunque forma essi abbiano, che siano al nord, al centro o al sud) stanno sempre più diventando luoghi di ospitalità per i più “poveri” e sempre più laboratori di “intercultura” e di “meticciato” (termine utilizzato dal cardinale Scola quando era a Venezia). Paradossalmente assistiamo al fatto che facciamo spesso esperienza con ragazzi di altre religioni. Noi facciamo educazione con ragazzi, a dei ragazzi che non c’entrano nulla con il cristianesimo e il cristianesimo non è il loro punto di riferimento (drammaticamente non lo è più nemmeno per chi è cristiano). Però il vangelo è quella ospitalità a perdere che apre ad ognuno, senza chiedere carta d’identità particolare. La scommessa è che il vangelo non è solo qualcosa da dire o da raccontare, ma anche qualcosa da trovare e che è già all’opera nel cuore e nella vita delle persone. Anche in chi non è cristiano.
Costruire parrocchie e oratori (ripeto, qualunque forma essi abbiano; con il cortile o sulla strada) come laboratori di un’ospitalità così alta, mi parrebbe una prima possibilità di risposta all’appello del vangelo stesso. Dove il senso della cura è lo stile più evidente e raccomandabile.
E questo, evidentemente, vale non solo con adolescenti e giovani di altre culture e religioni. Vale anche per quelle situazioni di “marginalità” che tutti, ma proprio tutti conoscono: nessuna parrocchia italiana, nessun quartiere o comune, stanno sotto una campana di vetro (sotto la quale qualcuno – ancora – si illude di potersi nascondere): i ragazzi hanno un prolungamento della loro mente, del loro cuore e dei loro sentimenti (attenzione: la sintesi di tutto questo si chiamerà coscienza ed è un processo personalissimo e libero!) in ciò che tengono in mano: le nuove tecnologie. Lo sa anche l’insegnante più sgamato, che un adolescente durante le sue ore di scuola va dove vuole, incontra e parla con chi vuole, tenendo una mano sotto al banco e digitando un piccolo cellulare. Questo significa che esistono “periferie” che agli occhi di chiunque risultano drammatiche: penso alle zone dove la criminalità organizzata è ad alta densità. Ma penso anche a quei ragazzi che crescono lasciati a se stessi, senza che qualcuno li accompagni. O a quei ragazzi che crescono in mezzo alle grandi città come se fossero a Gardaland la prima volta: c’è di tutto, ma non si sa dove andare. Sicuri che possiamo accompagnarli alla cresima e poi salutarli (sì, non sono loro che ci salutano: siamo noi che ce ne disfiamo) per dar loro appuntamento solo alla prossima messa domenicale?

Secondo snodo: lo stile da cercare
A questo punto bisognerebbe prepararsi alle solite geremiadi: quelle che tante volte fioriscono sulle labbra dei genitori o delle catechiste. Ma come si fa? È così difficile! È vero: non è una passeggiata per nessuno; genitore, prete o educatore che sia. Ma non si può abdicare al compito di educare, non si può restare sopiti e tutto deve essere rimesso in gioco. È possibile che inizialmente lo si faccia a partire dalle sensazioni, dal disagio: insomma dalla pancia. Ma non tutto deve fermarsi li, perché nella chiesa si educa per rendere un servizio ai poveri: e non c’è povertà più grande che essere sguarniti di fronte al compito di crescere e diventare uomini.

Qui il senso di cura deve fare i conti non solo con gli slanci generosi di chi si mette a disposizione, perché il rischio è quello di essere risentiti di fronte alle fatiche e ai fallimenti: e infatti questo era ed è l’atteggiamento che ancora si respira in chi pensa al mondo giovanile come a una comunità di educande di un secolo fa. E quindi va evitata la più classica delle domande: ne sarò capace? La domanda fondamentale deve essere piuttosto: voglio assumere il mandato? Dio ci ha mostrato il modo di incontrare il mondo e di incontrare l’uomo: sono disposto a prendermene cura con il suo stile, quello che prevede il morire per gli altri e il portare la croce del discepolo (che è – appunto – l’atteggiamento di chi segue il Maestro sapendo che il mondo è già redento; o, in altre parole, riconoscendo che io incontro l’umanità scoprendo che la grazia di Dio è già all’opera)? Attenzione: il metodo di Dio prevede anche il fallimento…
Una cura così vissuta, chiede più attenzione alle domande che alle risposte e questo significa anche sviluppare una cura che non pretenda di vedere grandi risultati. Dio decide di correre il rischio di dire se stesso attraverso la povertà della mia umanità: non posso annunciare al di fuori di questa esperienza e dunque bisogna pensare di concedere agli altri di fare i conti con le proprie fragilità, perché la fatica di comprendere dove si è arrivati è sempre generativa.

Ecco: Genova partiva da qui. Dalla convinzione che vent’anni di pastorale giovanile in Italia sono stati vissuti perché la Chiesa sa che la vita buona del Vangelo si incarna nelle storie di vita. Il lavoro di questi vent’anni ha sicuramente avuto momenti di alti e bassi dovuti a scenari che stanno rapidamente cambiando e a uno stile da ritrovare e da rilanciare: quello di una cura appassionata e quotidiana.

Genova per noi

E adesso, che si fa? L’ho chiesto durante le conclusioni del convegno. Vorrei rilanciare. Vi chiedo di riprendere appena possibile (so che qualcuno lo sta già facendo) le riflessioni fatte e di renderle oggetto di confronto nelle consulte. Preferirei non offrirvi domande specifiche, perché non so qual è il raccordo giusto fra ciò che è stato detto al convegno e la situazione dei singoli territori. Per questo chiedo un confronto che riprenda i passaggi secondo voi importanti delle relazioni e li verifichi rispetto a come vengono vissuti sul territorio.
Con una raccomandazione: quella di andare al cuore delle questioni non con lo spirito di denuncia, per dire semplicemente quello che non va. È possibile, invece, dire quello che “bisognerebbe” fare? Insomma; chiederei alle consulte di intervenire con questo metodo: per ogni “non va, non funziona”, ci si impegna a dire anche quello che va ricuperato, quello che si potrebbe fare nel territorio per far crescere la testimonianza della cura educativa.

 

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: